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Una coppia senza beni ma tanta felicità: "Il superfluo della vita" (1839) è un romanzo classico che parla ancora al presente
"Il superfluo della vita" è uno di quei libri che ti sorprende senza fare rumore. Scritto all’inizio dell’Ottocento dal romantico tedesco Ludwig Tieck, (pubblicato da Carbonio editore) questo racconto breve sembra arrivare da lontano ma colpisce dritto al cuore del presente. Perché parla di povertà, sì, ma soprattutto di felicità, di amore e di tutto ciò che chiamiamo “necessario” senza mai metterlo davvero in discussione.
I protagonisti sono Heinrich e Clara, una giovane coppia sposata contro il volere dei genitori, che vive in condizioni di estrema povertà, nascosta in un piccolo appartamento per sfuggire all’ira del padre di lei.
Non hanno quasi nulla: poco cibo, niente riscaldamento, nessuna sicurezza. Eppure, contro ogni logica moderna, sono felici.
Talmente felici da compiere un gesto assurdo e potentissimo: bruciare la scala di casa in legno — balaustra e gradini compresi — per scaldarsi durante l’inverno. Un atto disperato? Sì. Ma anche profondamente simbolico.
Tieck ci mette davanti a una domanda scomoda:
E se la vera ricchezza fosse proprio ciò a cui sappiamo rinunciare?
Nel mondo di Heinrich e Clara, ogni oggetto perso è una liberazione. Vendono abiti, tovaglie, libri preziosi. Ma invece di cadere nella disperazione, trasformano ogni rinuncia in una vittoria filosofica contro le "assurde economie" della società.
Qui Il superfluo della vita diventa incredibilmente attuale. Altro che minimalismo moderno: quello di Tieck è un minimalismo radicale, nato dalla necessità ma vissuto con consapevolezza e persino con gioia.
Uno degli aspetti più belli di questo racconto è il modo in cui la povertà rafforza il legame tra i due protagonisti.
La loro stanza spoglia diventa un rifugio, un piccolo paradiso isolato dal mondo.
Mangiano zuppa di pane e patate come fosse un banchetto luculliano. Brindano con semplice acqua, descritta come più pura di qualsiasi vino servito in coppe d’oro.
Heinrich e Clara si sentono come Adamo ed Eva, felici perché insieme, non perché possiedono qualcosa.
È una visione estrema, certo, ma anche profondamente romantica e disarmante.
Nonostante fame, freddo e isolamento, Il superfluo della vita non è mai un racconto cupo. Anzi: è attraversato da un umorismo filosofico che trasforma la tragedia in commedia.
La scena con il padrone di casa quando scopre la scala smontata è memorabile. Heinrich difende la sua scelta con argomentazioni assurde e geniali, dimostrando che ridere dell’abisso è spesso l’unico modo per non caderci dentro.
Il finale introduce un paradosso bellissimo: un libro antico venduto per necessità diventa lo strumento della salvezza.
C'è un dettaglio che rafforza il messaggio centrale del racconto: il valore delle cose non sta nel loro prezzo, ma nelle storie e nei legami che si sviluppano.
Questo racconto non è solo un classico della letteratura romantica tedesca pubblicato nel 1839. È una parabola sulla felicità, una fiaba filosofica che ci invita a riconsiderare le nostre priorità.
Una novella "salottiera" come scrive la traduttrice Paola Capriolo nell'introduzione:
"Salottiero? Senza dubbio: per buona parte dell’opera, sino alla concitata ed esilarante scena finale, i due protagonisti, Heinrich e Clara, non fanno quasi altro che conversare scambiandosi opinioni sui temi più disparati (...) Ma soprattutto ci troviamo nel regno della fiaba, di una fiaba che, trasposta in un interno borghese la cui natura di interno è così assoluta da finire con l’escludere anche materialmente qualsiasi rapporto con il “mondo”, si spoglia di ogni inquietudine romantica per assumere i tratti dell’idillio.
Il racconto ci ricorda che:
Un libro breve, ma densissimo. Uno di quelli che, una volta chiuso, continua a lavorarti dentro.
Se ami i testi che fanno riflettere senza perdere leggerezza, questo piccolo gioiello di Ludwig Tieck merita assolutamente un posto nella tua libreria.
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Ludwig Tieck
Carbonio editore
Pagine 104
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